Corleto da scoprire | L’essenza di “San Giovanni” tra valori di ieri e auspici di domani

Alla vigilia della festa di San Giovanni, vogliamo proporvi un racconto che forse vi farà emozionare, o semplicemente vi riporterà indietro nel tempo e vi farà rivivere luoghi e circostanze legate al culto del santo nella nostra comunità.

La narrazione è affidata alla Demo-Etno antropologa, Dott.ssa Anna Teresa Lapenta che, partecipando ad un concorso, presentò la piccola chiesetta di San Giovanni come luogo dell’anima: suggestivo per le peculiarità paesaggistiche, architettoniche ed etno-antropologiche.

 Esso si presenta, inoltre, ai nostri occhi come “luogo dell’anima indotto” poiché l’idea scaturisce da racconti, aneddoti ovvero dalla voce del popolo corletano. Tuttavia, esso costituisce, seppur dimenticato, un luogo di socialità rilevante per i corletani i quali conservano nella loro memoria momenti di religiosità e di ritualità popolare che rendono questo sito degno di essere riscoperto, valorizzato, tutelato e dunque fruito.

Nel corso degli anni lo stesso è stato abbandonato al punto che, nel giorno di S. Giovanni Battista, il 24 giugno, il ricordo di questo luogo di socialità si riduce alla sola liturgia della Santa Messa, essendo venuto meno il suddetto sistema di pratiche rituali. Infatti da testimonianze, il giorno di S. Giovanni era importante per la nostra comunità in quanto indissolubilmente legato al ciclo dell’anno agrario ed al buon risultato dei raccolti. La chiesa fu edificata nel 1917 ad opera dell’Arciprete don Carlo Sarconi (don Carlino), personalità di spicco nella vita della comunità, singolare nell’indole e nelle fattezze tanto da diventare un personaggio letterario: Carlo Levi lo descrive (Don Liguari) nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli“.

La chiesa che possiamo apprezzare fu costruita dopo la dismissione di una chiesa più antica anch’essa sita nella medesima contrada e sempre realizzata ad opera della famiglia Sarconi nel 1709, della quale si possono scorgere i ruderi in prossimità del torrente Fiumarella. Attualmente la chiesa risulta ancora essere di tipo gentilizio poiché di proprietà della stessa famiglia, la quale rende il luogo fruibile ai corletani esclusivamente nella giornata consacrata a S.Giovanni.

In merito all’identificazione della chiesa come luogo in cui i valori socialmente condivisi si perpetuano, essa presenta molteplici peculiarità che costituiscono i fattori principali della sua esclusività. Infatti, all’apertura di questo scrigno prezioso ed abbandonato, emergono prepotentemente alcuni elementi di carattere demo-etno-antropologico: raro patrimonio immateriale. Un intero complesso rituale praticato in passato: il “compare di S.Giovanni”, “U’ chiomm di San Giuann“, la raccolta delle noci e la preparazione del nocino etc.

Il recupero e la tutela di valori legati alla vita tradizionale dei corletani consentirebbero di vivere il luogo e come momento di fede e come veicolo di riappropriazione della propria identità culturale onde creare una sinergia tra passato e presente. Si ritiene in questo modo di poter sviluppare attività culturali connesse alle immense potenzialità del territorio.

Uscii per fare una passeggiata. Da quando era giunta la primavera questo rito si ripeteva ad ogni spuntar del sole. Camminando il mio corpo si rinvigoriva, la natura offriva ai miei sensi il rinnovarsi quotidiano della vita attraverso i colori e ed i profumi che esalava. Quel giorno, lo ricordo bene, era il 24 giugno. Il mio sguardo si posò lungo il declivio che dal quartiere Costa digrada verso il fiume: la fertile contrada di S.Giovanni. Vi potevo scorgere un fermento ma non riuscivo a comprendere; pensai all’inizio dei lavori stagionali legati al ciclo agrario. Ma mi sbagliavo. Solamente alla fine di quella giornata potei dare una spiegazione a quel “sabato del villaggio” che avevo solo lontanamente percepito. Un suono di campane, assordante, come un richiamo irresistibile mi indusse ad affacciarmi alla finestra e notai un corteo di persone, tra loro scorsi anche la mia amica Maria la quale vedendomi mi chiamò: “Vieni! Sciénn’! Stiamo andando a S.Giovanni per la messa!”. Senza riflettere, mi recai in strada e la raggiunsi. Mi unii alla folla ed io ragazzina quindicenne, vissuta tra un collegio e l’altro, mi avviai verso l’ignoto e verso la vita sociale di un paese che avevo ben poco vissuto. Scendemmo lungo il “fosso” con non poche difficoltà, la stradina era scoscesa, stretta e accidentata ma presto riuscimmo a scorgere la chiesetta. Una radura verdeggiante ed un vialetto circondato di alberi di noce ci accolsero e della chiesetta che guarda la valle del torrente Fiumarella potevamo scorgere le spalle. Lungo la strada Maria mi raccontò, sottovoce e segretamente, della messa, della festa, dell’amicizia e dell’amore. “Si! Tutte queste cose si fanno solo il giorno di S.Giovanni, perché è il Santo dei giovani! E’giovane come noi! Quando arriveremo in chiesa lo vedrai!” lo ero sempre più perplessa e disorientata. Non riuscivo a comprendere: nocino,”chiomm“,”compari”. Nel 2013, quello che sto raccontando potrebbe sembrare una strana storia di superstizione o stregoneria, ma vi assicuro che 1957, era reale, la concretezza di quelle azioni era percepibile e tangibile.

La chiesetta si presentava spartana ed al posto dei tradizionali banchi vi erano le sedie del cinema Zi Nick da poco rimodernato. L’altare era sormontato da un’enorme teca in cui era custodita la statua di S.Giovanni, giovane e bello, proprio come aveva affermato Maria. Notai sin da subito che la partecipazione di giovanotti e signorine era considerevole: la chiesa era gremita e molti parteciparono alla funzione dalla radura antistante. Al termine della celebrazione della messa Maria mi attirò alle spalle della chiesa e disse: “Antonietta, noi siamo amiche da quando eravamo bambine, ti voglio bene e ti prometto che mai farò nulla che possa arrecarti danno o maleficio!”. Questa frase mi scosse e mi preoccupò, quelle parole suonavano come un cattivo presagio. “Don Carlino ha terminato la funzione. Ora possiamo diventare commare di S.Giovanni!” E prendendomi per mano facemmo tre giri intorno alla chiesa, alla fine dei quali pronunciammo tre Pater Noster e tre Ave Maria, consacrando così la nostra amicizia che divenne indissolubile tanto che ancora oggi, alla nostra veneranda età rispettiamo quel vincolo come se fosse sacro. Ci unimmo ad un gruppetto di coetanei e consumammo insieme “a vruscat” ed i biscotti offerti da Zia Ida che aveva preparato quelle deliziose cibarie. La giornata era calda e piacevole. Zia Ida chiamò noi ragazze e ci invitò a raccogliere le noci, disse: “Mò, andate a raccogliere ottanta noci, quaranta p’me e quaranta p’zia Ros’! Raccogliete quelle che hanno il mallo, quelle verdi.”.  Si generò confusione ed al contempo allegria ed in pochi minuti le procurammo. Le mie amiche corsero a fare il gioco du chiomm ma in me prevalse la curiosità di comprendere il motivo di quelle quaranta noci. Mi recai da zia Rosa la quale mi spiegò: “stasera dovrò sbucciare le noci. prendere il mallo e farlo macerare. Serve per fare il nocino e solo la notte di S.Giovanni si può dare inizio alla preparazione. Dopp’ quaranta giorni, il liquore è pronto!” Avevo imparato un’antica ricetta corletana! Altro che Amaro Lucano! Nella radura prospiciente la chiesa scorsi concitazione ed entusiasmo nei gesti delle mie amiche: attesa, risate e schiamazzi.

  • “Aspè! A me sembra una nave!”
  • “Si,si,è proprio una braca!”
  • “Terè, sposerai un marinaio!”
  • “Mah! Dove lo troverò un marinaio tra le montagne!”
  • ” Lo stagno dice che sposerai un marinaio! La regola dice che lo stagno indica il mestiere del tuo futuro marito, ma potrebbe anche essere il suo nome, cognome, soprannome! Vedremo fra qualche anno”.

Lucia, si era improvvisata indovina. Meticolosamente versava lo stagno fuso nel “vacil“pieno d’acqua e le ragazze la ascoltavano con attenzione e lieve civetteria. In pochi minuti era stata attorniata da tutte le presenti che a turno attendevano l’interpretazione del loro futuro amoroso.

  • “Tu sposerai un contadino.Vedi, questa sembra una zappa.”
  • “Questa sembra una scarpa.Rosa, volevi u’ferrar ma t’tocc u scarpar!”
  • “Che forma strana. Voi che ne pensate? Io non voglio bestemmiare, ma a me m’ sembr’na croce! Tu sposerai un prete!”

Tra la delusione dell’una e l’ilarità delle altre giunse il turno di Maria. La forma che assunse lo stagno fu quella di un libro e la mia amica fu contenta all’idea che avrebbe sposato un maestro. Lucia invitò anche me a partecipare al gioco: “Vuoi fare u chiomm? Dai fattelo fare!” La curiosità femminile mi persuase e il vaticinio corrispose al carabiniere: lo stagno aveva assunto la forma di un fucile. Il responso non sorti in me entusiasmo, però, quando sposai un medico con la passione per la caccia ripensai a quel fucile!

Trascorremmo il resto del pomeriggio cantando e ballando e al tramonto rientrammo in paese, eravamo stanche ma la prospettiva della festa in piazza ci allettava. La notte di S.Giovanni era ed è magica, alle ragazze era consentito eccezionalmente di uscire la sera. I festeggiamenti terminarono a tarda ora e a suon di tarantelle.

La festa da quel giorno assunse un posto speciale nel mio cuore. La vitalità della giovinezza era travolgente ed il solo suo ricordo ancora oggi fa trasalire il mio cuore ed il mio corpo di anziana donna. Mi piacerebbe assistere ancora a quella festività ma la porta della chiesa è chiusa come chiusi sono i cuori dei giovani.

Sarebbe bello, cara nipote, se tu ed i tuoi coetanei faceste in modo che la gioia e gli auspici di quella meravigliosa festa tornassero a vivere. Potreste riappropriarvi delle vostre, delle nostre, radici ed attingervi la gioia e l’entusiasmo per poter ambire a scrivere un futuro migliore.

Un commento su “Corleto da scoprire | L’essenza di “San Giovanni” tra valori di ieri e auspici di domani

  1. Bel racconto….non conoscevo questa festa così organizzata …grazie per aver condiviso una emozione tanto bella

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