La rivolta del 1920: Il racconto di un eccidio

Tratto dalla ricerca del Prof. Enzo Vinicio Alliegro, “Il grano, la falce, la ‘rivoluzione’.  Antropologia storica di un eccidio”nel Mezzogiorno d’Italia di inizio Novecento”.

L’11 luglio del 1920, intorno alle ore 9:30, circa 300 persone, di cui la maggior parte donne, si erano recate presso il Municipio per incontrare il Sindaco, al quale si rivolsero protestando contro le nuove disposizioni che imponevano alcune restrizioni alla molitura del grano, ormai resa possibile soltanto mediante l’esibizione di una apposita tessera che ne fissava di volta in volta i quantitativi consentiti.

Il provvedimento legislativo che dettò la requisizione del grano non si abbatté soltanto sulla popolazione più povera, ma investì anche i medi e grandi produttori, nonché i mugnai e i proprietari di opifici dediti alla lavorazione dei cereali. Con l’inserimento nella legge del divieto di commercio e di lavorazione dei grani, e l’obbligo di denuncia della consistenza dei depositi, ad essere duramente colpita fu l’intera filiera cerealicola che a Corleto era molto diffusa.

Con il fine di placare i manifestanti, il Sindaco accompagnò la folla presso l’edificio adibito all’ammasso dei cereali, all’interno del quale si trovava il Sottotenente dell’esercito, Luigi Cucurachi, responsabile della requisizione, il quale prese la parola impegnandosi di assumere azioni risolutive, investendo direttamente i propri superiori. Il buon proposito del giovane Luigi non fu ritenuto adeguato dalla popolazione che avviò una fitta e violenta sassaiola, conclusasi con la frantumazione di vetri ed imposte. A fronte di animi inaspritisi e di un clima sempre più inferocito, in soccorso al Sottotenente giunse dalla locale caserma dei Carabinieri il Maresciallo Matteo Salvo, accompagnato da altri due commilitoni, contro i quali la folla riprese il lancio sempre più intenso di pietre. I carabinieri feriti ed impauriti, udito inoltre lo sparo di armi da fuoco – si legge nel rapporto telegrafato – «scaricarono loro rivoltelle», uccidendo una bimba di 5 anni, Maria Vicino.

Con il corpicino ormai inerme, la popolazione si recò presso l’ufficio della Pretura, dove il Pretore si adoperò invano a calmare i dimostranti .

Intorno alle ore 15.00 dello stesso giorno i quattro esponenti delle forze dell’ordine, asserragliatisi nell’edificio destinato alla requisizione, supponendo che la popolazione si fosse dispersa, uscirono in strada. Il sottotenente ed il maresciallo rimasero massacrati sotto i colpi dei sassi.

Se i corpi degli agenti trucidati erano divenuti linguaggio simbolico per una narrazione che attestasse uno Stato assassino, quello della bambina dormiente rinviava alla necessità di articolare il racconto di una comunità assassinata. Una comunità che nel ritrovarsi a piangere una vittima innocente, orfana di padre morto in guerra, toccava con mano la crudeltà di una condizione che non era frutto casuale del destino, semmai di una causa ben precisa, un provvedimento governativo del tutto inaccettabile.

Nel piangere la piccola Maria Vicino la popolazione in effetti piangeva se stessa, quasi ad esorcizzare un rischio più generale che investiva tutti. E nel mettere a morte i gendarmi in realtà tentava di espellere le forze del male da cui era il caso di liberarsi al più presto per riparare ad un bisogno collettivo.

In entrambi i casi si trattava di creature in carne ed ossa trasformate in dispositivi simbolici capaci di suscitare emozioni e sentimenti forti, posti alla base di pulsioni incontrollate di aggressività. In sintesi, dunque, cose – cereali e corpi – che si fecero simboli; simboli che attivarono emozioni profonde e laceranti; emozioni che innescarono un persistente stato di crisi della presenza, la cui mancata elaborazione generò una coscienza alterata foriera di aggressività omicida.

La Giunta Comunale coeva, con una decisione voluta all’indomani dell’eccidio, decretò ufficialmente la perpetuazione del ricordo attraverso l’elevazione nel cimitero di una stele funebre. Quando effettivamente ciò sia accaduto, quale fosse originariamente la dislocazione della lapide, per quanto tempo essa sia rimasta ben visibile tra le mura cimiteriali, non è dato sapere. É assolutamente certo invece che la lapide è stata rimossa dalla sua collocazione originaria per un periodo piuttosto lungo, sino almeno agli anni Novanta del secolo scorso.

La lapide “Inquieta” del cimitero comunale di Corleto Perticara.

Da qui, dunque, la necessità di dedicare una piazza del Comune di Corleto Perticara alle vittime dell’eccidio, in occasione delle Celebrazioni per il primo centenario della rivolta (1920 – 2020), al fine di consegnare alla imperitura memoria dell’intera comunità il ricordo della morte infelice di una bambina strappata troppo presto alla vita ed il coraggio di quegli umili servitori della Patria che, senza risparmio di energie, con diuturna tenacia ed audace risolutezza, hanno testimoniato le loro peculiari virtù civili e militari, dando prova di mirabile valore e di esemplare spirito di abnegazione fino al sacrificio estremo.

 

La targa dedicatoria, inaugurata nell’agosto 2019.

la ricerca è consultabile al seguente link:  http://nuovomeridionalismostudi.altervista.org/nms-3-grano-la-falce-la-rivoluzione-antropologia-storica-un-eccidio-nel-mezzogiorno-ditalia-inizio-novecento/#gallery