Il dialetto di Corleto, i dialetti Lucani e i dialetti d’Italia.

Del Prof. Rocco Gerardi

Mi unisco volentieri a quanti lodano le benemerite iniziative volontarie e volenterose di quelli, come Anthony Gallo, sempre pronti a sollecitare l’interesse della società intorno a temi di sicuro valore, come quello di odierno del dialetto.

Nello stesso tempo registro un disappunto (ma non biasimo): il ritardo e l’impaccio della scuola (non imputabile a dirigenti e operatori collocati in basso) di fronte a tematiche che non trovano spazio nei programmi ufficiali, a vantaggio di quella collocazione annosa e stantia, riservata a forme didattiche ormai logore e tediose.

Eppure un tema come questo dei dialetti non contiene niente di eversivo contro la tradizione culturale più consolidata, intanto perché di fatto rientra in quella tradizione; E poi perché offre accessi più prossimi ai vari aspetti scientifici nella cultura linguistica, magari sui binari della linguistica comparata.

Ma dico tutto questo per soverchio attaccamento e non per togliere qualcosa a quella amata macchina (un po’ arrugginita) della vita nazionale che si chiama scuola e da cui tutti ci aspettiamo qualcosa di più. Ma intanto anche questa iniziativa di Anthony, e della Pro Loco da lui rappresentata, è scuola, confezionata diversamente, ma sempre scuola, in fondo più reale che verticale. E allora bando ai preamboli e combattiamo!

Dunque, il dialetto… anzi i dialetti, i dialetti d’Italia, ai quali pure vogliamo dare un attimino di ascolto, magari per dire in quale direzione vorremmo un po’ spingere il nostro, per ricavare dal confronto un po’ di anticorpi e immunizzare (insomma a certi termini di questi tempi è impossibile sfuggire) la nostra loquela da certi virus che minacciano la parola agli inizi del terzo millennio.

Ma prima il nostro, perbacco, benché povero povero povero (ma non esageriamo); però nostro nostro nostro…

Insomma quella nostra lingua aspra e scabra, dura e senza riguardi in certe sue interiezioni, cavernosa in alcuni suoi suoni profondi come i complessi di inferiorità della nostra gente; ma poi ferma e intrepida negli ordini dei genitori ai figli di fronte ai pericoli; più per la volontà di soffocare dentro misteriosi timori, che per intima forza. E se forza c’è nell’anima del nostro dialetto, in certi momenti, è solo forza disperata, esibita per fermare magari gli intimi tremori.

Di questa lingua vogliamo parlare e stavamo per dire: Fiorita da alcuni secoli, ma ci rendiamo conto che il termine “fiorita” mal si addice al nostro sistema espressivo, avaro di dolcezza e così pudico nelle sue rare effusioni di tenerezza, tanto da prendere quasi un tono di rimprovero affettuoso.

E così il tono burbero spazza via quella mollezza da cui irresistibilmente rifugge l’indole della nostra gente, in cui è impressa una certa selvatichezza contadina che è il marchio di autenticità dei nostri luoghi. Macché “fiorita”, dunque. “Fiorite” saranno certe parlate regionali lussureggianti del resto d’Italia.

Quella napoletana, per esempio, fiorita al clima dolce della Campania “felix” degli imperatori romani: lingua traboccante di esuberante contabilità; trascinante nei suoi tripudi festosi; ma in altri momenti mortalmente languida nelle inguaribili e inconsolabili nostalgie della lontananza; appassionata veramente nella pronunzia di Enrico Caruso, ma stomachevole e indigesta nelle lagne neomelodiche dei cantastorie di Forcella.

Fiorita anche la parlata romanesca, maturata è mutata di spiriti e di forme nei millenni e della vita del Urbe, ma compiaciuta mollemente alla visione delle infinite e sontuose bellezze che le stanno intorno e le fanno dire, con ripetitività uguale all’espressione degli innamorati, che Roma, insomma, è la più bella del mondo: cioè “D’er monno…” E chi mai può dubitarne? A proposito: “Er monno…”

Ma non vi pare che in quel “er” romanesco si possa ravvisare una parentela con l’articolo tedesco “der”? La parola agli esperti di genetica linguistica.

Il sottoscritto, misero maestro elementare ha già detto troppo e si affida alla vostra misericordiosa clemenza. E come sta il nostro dialetto di fronte ai celebrati dialetti maturati all’area del Vesuvio o all’ombra del Colosseo? Sta come il povero di fronte al ricco: timido, vergognoso e con gli occhi bassi. Che volete e cosa vi potete aspettare: quello di Napoli e quello di Roma sono stati ascoltati e ammirati persino dagli scrittori romantici europei del Gran Tour: Goethe, Dumas e altre celebrità.

Ma sì, gongoliamo anche noi a parlare di queste glorie perché siamo italiani prima (o dopo, fate voi) che lucani e dunque viva Napoli e viva Roma! Ma anche se poveri materialmente e culturalmente, non buttiamoci giù più del dovuto, come è un po’ nostro costume. Abbiamo un dignitoso pedigree spirituale da rivendicare e lo facciamo più per fedeltà storica che per orgoglio regionalistico. Piuttosto diciamo che non rappresentiamo, noi Lucani, un bacino demografico tale da consentire la proliferazione di quei vivai i culturali che attecchiscono e vegetano presso popolazioni con alti indici di anime e di esperienze storiche.

Ma se è vero che una lingua (come anche un modesto dialetto che é comunque una lingua) si alimenta di linfe morali prossime e lontanissime nel tempo e si offre agli scandagli della linguistica più puntigliosa o della filosofia più lungimirante, è altresì vero che essa va percepita, prima di tutto, nella sua immediatezza espressiva e va coltivata e alimentata avendo di mira la risonanza che essa può avere sui fatti della vita attuale e come riflesso di questa.

A questo ragionamento possiamo applicare la grande intuizione di Goethe sui lirici nata per l’occasione, ma valida per l’eternità. Insomma una lingua, grande o piccola, deve respirare l’ossigeno della vita attuale per essere e mantenersi viva: per l’eternità poi si vedrà. Io mi accontenterei dell’oggi.

Come si diceva, da più parti non mancano richieste di aggiuntivi indagini sul dialetto condotte secondo i crismi della più attrezzata linguistica accademica. Ma è roba, cari amici, da professori veri, tipo quel Rainer Bigalke dell’università di Heidelberg e altra gente simile. Son tutte cose che servono a confermarci nell’idea che il dialetto, tutti i dialetti, anche l’umile nostra parlata Lucana e corletana, è una cosa seria punto ben vengano, dunque, anche quelle volenterose e incerte etimologie, raccattate frettolosamente in qualche angolo polveroso della memoria, magari dall’amico coraggioso che ci siede accanto. “L’importante è partecipare”, diceva il Barone De Coubertin.

Io, consapevole della mia già dichiarata pochezza di maestro elementare, mi tiro fuori dalla contesa e lascio l’arengo aperto alla altrui gloria. Prendendo a prestito i versi del devoto panegirico a Dante di Mussato:

“Ciò ch’io non posso darti in degna lode, lascio all’onor d’ogni altro mio maggiore!”

Comunque, meglio avviarsi a chiudere per non forzare, oltre ogni umana sopportazione, la pazienza vostra: non prima però di aver dato un ultimo sguardo panoramico alla materia sterminata che ci lasciamo alle spalle, in una sorta di “addio monti…” finale in attesa di tempi migliori.

Materia sterminata, dicevamo: Beh, ne ha fatta di strada il linguaggio umano dai suoi primi vagiti ai linguaggi artificiali di oggi. Diciamo pure, più brutalmente, dai grugniti (non siamo cinici, abbiamo solo bisogno di ridere un po’) dell’uomo di Neanderthal fino alle sue più elaborate e raffinate espressioni. Certo, dire storia della lingua umana è come dire: brevi cenni sulla storia del mondo. Insomma dire storia del linguaggio umano equivale a dire storia della civiltà umana. Le parole sembrano nulla, fatte di vento che vola via, ma nelle parole c’è il pensiero; e le più grandi opere, prima di nascere, quando nascono e poi sono realizzate, sono pensiero. Quindi la parola non è la merce per letterati perditempo. Possiamo dire che l’opera più grandiosa del genere umano ed è la più durevole nelle sue infinite metamorfosi poi può essere anche musica, poesia, arte, ma di questo parleremo quando vorrete e lo riterrete utile. Questo è solo il primo tempo.

LA CIVILTA’ VIAGGIA CON LE PAROLE.